Ebola, la parola agli esperti

10364069_682419081872497_757428125591087081_nLunedì 24 novembre, quando è arrivato all’ospedale Spallanzani di Roma il primo italiano, un medico di Emergency, positivo al virus Ebola, al Caffè Scienza Alessandria si è parlato di questa infezione, e delle modalità per il suo controllo, in un appuntamento dal titolo Ebola: come si affronta l’epidemia. Il dottor Roberto Raso, medico specializzato in Igiene e Sanità pubblica, responsabile delle funzioni di sorveglianza, prevenzione e controllo delle malattie infettive dell’ASL di Alessandria, ha introdotto la malattia da virus Ebola. In precedenza nota come febbre emorragica da virus Ebola, l’infezione è una malattia grave, con un tasso di mortalità di circa il 50%, che varia molto in base alla tempestività della diagnosi e all’accesso alle cure.  Il virus Ebola è apparso la prima volta nel 1976 in due focolai contemporanei: in un villaggio nei pressi del fiume Ebola nella Repubblica Democratica del Congo, e in una zona remota del Sudan. L’origine del virus non è nota, ma i pipistrelli della frutta (Pteropodidae), sulla base delle evidenze disponibili, sono considerati i probabili ospiti del virus Ebola.

10426341_682419121872493_7796643067174184074_nSin dai primi casi di persone contagiate dal virus Ebola in Guinea, nel marzo scorso, Medici Senza Frontiere (MSF) è in prima linea in Africa occidentale per assistere il maggior numero possibile di persone e contrastare la diffusione del virus. L’organizzazione ha messo in campo un massiccio spiegamento di forze, con più di 3.300 operatori umanitari oggi al lavoro. Al Caffè Scienza è intervenuta anche Francesca Tartarini, Special Project Coordinator presso MSF, illustrando le attività di MSF contro l’infezione Ebola. Da marzo, quando è scoppiata l’epidemia in Africa Occidentale, MSF sta lottando con una presenza sul campo in Guinea, Liberia, Nigeria, Sierra Leone e Repubblica Democratica del Congo con sei centri. Le équipe di MSF hanno trattato complessivamente circa il 60% dei casi registrati. Hanno ricoverato più di 6.122 persone, di cui circa 3.813 sono risultate positive all’Ebola e 1.599 sono guarite.

Claudia Marinelli da 22 anni lavora all’ospedale di Livorno e da 15 è al pronto soccorso. È una donna che da dieci anni ha deciso di dedicare la sua vita agli altri, mettendo a rischio la propria. Era in Iraq nel 2004 quando rapirono ed uccisero un italiano. In Afghanistan nel 2006 quando i talebani presero in ostaggio un giornalista freelance del nostro paese. Ed era a Haiti nel 2010 a prestare soccorso alle popolazioni terremotate.  È recentemente rientrata dalla Repubblica Democratica del Congo, dove ha fatto parte delle équipe intervenute per fronteggiare una seconda epidemia di Ebola.  Claudia ha operato come coordinatrice del team degli infermieri nel centro di trattamento per l’Ebola allestito da MSF a Lokola, una località isolata e priva di collegamenti stradali. Claudia ha così portato al Caffè Scienza la propria, personale, esperienza di operatore che ha lavorato a contatto con i malati di Ebola.

Ebola provoca una serie complessa e rapidissima di sintomi, dalle febbri emorragiche al dolore ai muscoli e agli arti e numerosi problemi al sistema nervoso centrale. Nello specifico i sintomi di Ebola sono: febbre, forte mal di testa, dolore muscolare, diarrea, vomito, dolori addominali ed emorragie inspiegabili. Una volta che una persona abbia contratto l’infezione, questa può diffondersi all’interno della comunità da persona a persona. L’infezione avviene per contatto diretto (attraverso ferite della pelle o mucose) con il sangue o altri fluidi corporei o secrezioni (feci, urine, saliva, sperma) di persone infette. L’infezione può verificarsi anche in caso di ferite della pelle o delle mucose di una persona sana che entra in contatto con oggetti contaminati da fluidi infetti di un paziente con Ebola, quali vestiti e biancheria da letto sporchi dei fluidi infetti o aghi usati.

10620589_682419268539145_7316188587728725663_nGli operatori sanitari, ha aggiunto Claudia Marinelli, sono stati spesso i più esposti al virus durante la cura dei pazienti con Ebola. Questo accade perché, in particolare nelle prime fasi di un’epidemia, non indossano dispositivi di protezione individuale (ad esempio i guanti) quando assistono i pazienti. Gli operatori sanitari di tutti i livelli del sistema sanitario – ospedali, cliniche e centri sanitari – delle aree a rischio dovrebbero essere informati, prima possibile, sulla natura della malattia, sulle modalità di trasmissione e seguire rigorosamente le precauzioni raccomandate per prevenire l’infezione.

Molto numerose le domande che sono state rivolte dal pubblico al personale presente di MSF. Claudia Marinelli ha illustrato come anche le cerimonie funebri possono svolgere un ruolo nella trasmissione di Ebola in cui le persone hanno contatti diretti con il corpo del defunto. Le persone decedute per Ebola, infatti, devono essere maneggiate con indumenti protettivi e guanti ed essere sepolte immediatamente.

Viviamo in un mondo, dove gli spostamenti internazionali sono sempre più facili. Ma qual è la possibilità che l’Ebola possa diffondersi nei Paesi europei, e in Italia?  Secondo gli operatori di MSF questa possibilità è veramente remota. La malattia si manifesta con gravi sintomi che obbligano il malato a letto e ne impediscono gli spostamenti. L’ipotesi che l’infezione possa giungere via mare con persone che, partite dalle zone coinvolte nell’epidemia, abbiano attraversato il Nord Africa in un viaggio che generalmente dura mesi, è priva di fondamento. I sistemi di controllo italiani ed europei – ha aggiunto il dottor Raso – sono ottimi, nell’ipotesi remota che un caso arrivasse fino a noi, sarebbe immediatamente isolato e curato in ospedali di buon livello con adeguati sistemi di controllo delle infezioni e il rischio di diffusione sarebbe scongiurato.

Come si proteggono gli operatori sanitari dal contagio? I pazienti affetti da Ebola devono essere curati in isolamento da staff competente e munito di indumenti protettivi. Una delle priorità di MSF durante un’epidemia di Ebola è formare il personale sanitario locale per ridurre il rischio di trasmissione. MSF applica delle procedure estremamente rigorose per far sì che nessun operatore sanitario sia esposto al virus senza protezioni.

10426341_682419011872504_1584329071390767849_nI centri di trattamento di MSF sono pensati per garantire un ambiente di lavoro sicuro per lo staff. C’è luce e spazio sufficiente tra i pazienti, una netta separazione tra aree ad alto rischio e aree a basso rischio, una gestione sicura dei rifiuti, pulizia e disinfezione regolare dei reparti. I nostri operatori internazionali – ha concluso Claudia Marinelli – lavorano per un periodo massimo di 4-6 settimane per far sì che non si stanchino troppo, cosa che aiuta a ridurre il rischio. Nella zona ad alto rischio lo staff entra sempre in coppia. Ci si controlla a vicenda e ci si assicura che l’altro non commetta errori o sia troppo stanco. Facciamo il possibile per fornire terapia orale piuttosto che iniezioni, in modo da ridurre il rischio di infezione da punture con aghi infetti, e per lo stesso motivo limitiamo il numero di prelievi di sangue allo stretto necessario.

Claudia Marinelli è una donna che non ha paura di affrontare l’ignoto e i Paese dove l’emergenza è quotidianità e dove l’oggi ha più valore del domani. Nel proprio cuore serba i profumi, i sapori, i volti di quelle terre lontane, che sanno farsi amare. È appena tornata a Livorno e vi rimarrà per un po’ per stare vicino alla figlia e alla nipotina, ma già non vede l’ora di ripartire…

Simona Martinotti, Elia Ranzato

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